
Al congresso SICP presentati studi, piattaforme e prototipi che potrebbero ridisegnare l’assistenza nei prossimi due anni. Ma il principio resta irrinunciabile: l’algoritmo può suggerire, mai decidere. E ogni scelta deve restare tracciabile e umana.
Un articolo di Ruggiero Corcella
In questi due anni di viaggio insieme, lo abbiamo scritto a più riprese: l’intelligenza artificiale (Ai) è ormai un argomento di strettissima attualità, anche nelle cure palliative. Lo ha dimostrato, se mai ce ne fosse bisogno il XXXII Congresso nazionale della Società Italiana di Cure Palliative (SICP), dove l’Ai è stata protagonista come un nuovo strumento concreto della medicina del presente. Il tema scelto per l’edizione 2025, «La sfida del tempo», si intreccia inevitabilmente con le potenzialità dell’Ai: ogni ritardo nella presa in carico — oggi in media meno di 45 giorni — si traduce in sofferenze evitabili per centinaia di migliaia di persone. «Ci sono ancora troppe persone che non riescono ad accedere alle cure palliative», ha ricordato il presidente SICP Gianpaolo Fortini. «Le scadenze possono essere muri o porte: sta a noi scegliere».
Una cornice etica forte: l’algoritmo non decide mai
Il congresso si è svolto a poche settimane dall’entrata in vigore della legge italiana 135/2025, la prima in Europa a integrare il nuovo AI Act nella pratica clinica. Un testo che, come ha sottolineato la bioeticista Ludovica De Panfilis, ribadisce con forza: «La decisione medica non è mai delegabile all’algoritmo».
L’Ai è classificata come tecnologia ad «alto rischio» e può operare solo sotto supervisione professionale qualificata. Ogni proposta algoritmica deve essere validata dal clinico, mentre nel Fascicolo Sanitario Elettronico devono essere registrati sistema utilizzato, data, autore, raccomandazione prodotta e decisione finale: una tracciabilità che assume valore clinico e giuridico.
La legge introduce inoltre il consenso informato specifico all’uso dell’Ai: il paziente ha diritto di sapere quando la tecnologia contribuisce alla cura e quali limiti possiede. Una trasformazione che tutela la persona e rende l’Ai uno strumento trasparente, non un «oracolo» opaco.
Prevedere per curare prima: l’Ai che anticipa bisogni e peggioramenti
Le evidenze illustrate da Italo Penco, direttore sanitario Fondazione Sanità e Ricerca, mostrano che la tecnologia può davvero anticipare la presa in carico, identificando prima i bisogni non soddisfatti. Modelli predittivi applicati a cartelle cliniche elettroniche permettono di segnalare automaticamente pazienti a rischio di mortalità entro 3–12 mesi o soggetti che potrebbero beneficiare di cure palliative più precoci. Ogni notte, in alcuni studi, l’algoritmo “legge” l’intero database ospedaliero e invia al team palliativo l’elenco dei pazienti su cui intervenire tempestivamente.
Studi internazionali mostrano anche come i wearable, integrati con algoritmi di AI, riescano a prevedere peggioramenti clinici entro pochi giorni con un’accuratezza superiore alle valutazioni tradizionali. Un sistema che non sostituisce il medico ma gli consente di arrivare prima, evitando trattamenti inappropriati e ricoveri inutili.
Per Penco, tuttavia, il punto centrale resta la dimensione umana: «Il vero successo non lo misureremo in base alla precisione dell’algoritmo. La vera vittoria sarà usare questa tecnologia per costruire un sistema più giusto e più compassionevole».
Una tecnologia che crea rete: comunicare meglio per soffrire meno
L’impatto dell’AI non riguarda solo i dati, ma anche l’organizzazione della cura. Il caso presentato da Alessandro Masserdotti (docente del Politecnico di Milano e uno dei fondatori di OpenDot Foundation) — la piattaforma Eucalipto, sviluppata con il Centro COALA dell’Ospedale Buzzi — racconta come la tecnologia possa ridurre il caos informativo che grava sulle famiglie di bambini con malattie rare come le leucodistrofie.
«Uno dei problemi principali era avere un unico centro di coordinamento tra attori diversi: famiglie, amministrazione, medici», spiega Masserdotti. «Serviva uno strumento per facilitare la comunicazione e la gestione quotidiana».
Eucalipto consente di condividere documenti, appuntamenti, diari clinici e aggiornamenti, integrando anche canali come WhatsApp per chi non ha accesso costante a un computer. È un esempio concreto di come l’AI — o più in generale la digitalizzazione intelligente — possa diventare un collante relazionale, capace di ridurre smarrimento, ritardi e ridondanze.
In palliativa, dove ogni passaggio di informazione incide sulla qualità della vita, strumenti così possono fare la differenza tra un percorso frammentato e uno realmente integrato.
AI per sostenere la persona: riabilitazione, suoni e cieli del domani
La tecnologia può anche alleviare, non solo prevedere. È il caso del progetto di riabilitazione propriocettiva sviluppato per un bambino di 12 anni che, dopo un intervento chirurgico, aveva perso sensibilità agli arti inferiori. OpenDot ha creato una sorta di esoscheletro leggero con sensori articolari e pressori che trasformano il movimento in suono, rendendo la riabilitazione più motivante: «I suoni sono piacevoli, realizzati da musicisti, e aiutano a ridurre frustrazione e fatica», ha raccontato Masserdotti durante la sua presentazione.
Accanto ai dati e ai sensori, trova spazio anche la cura dell’immaginario: l’installazione artistica Tomorrow is Another Day, basata su previsioni meteo trasformate in immagini del cielo del giorno successivo, offre ai bambini negli hospice una forma di “distrazione positiva”. Un modo per restituire un orizzonte, letteralmente.
L’Ai che protegge il cuore della cura: la relazione
Nella sua lecture, Iacopo Cricelli (CEO e fondatore di Genomedics e Data Life) ha definito l’AI «una tecnologia silenziosa», che può aiutare a gestire complessità cliniche sempre più elevate senza consumare tempo ed energie relazionali. «L’Ai non deve sostituire la relazione palliativa, ma preservarne il tempo e la qualità», afferma. Gli strumenti predittivi e generativi possono fornire sintesi chiare, supporto alla decisione, briefing più efficaci, riduzione del carico documentale e una migliore comunicazione tra équipe, pazienti e caregiver.
L’Ai, se usata con rigore e supervisione, può dunque diventare un alleato nella costruzione di decisioni davvero condivise, aiutando a far emergere valori, priorità e preferenze senza sovraccaricare chi sta vivendo un percorso di malattia. «L’Ai non toglie umanità alle Cure Palliative. La restituisce, liberando tempo per ciò che conta davvero: la persona, la sua dignità, la sua storia».
Il prossimo futuro: tra opportunità e responsabilità
Nei prossimi due anni, l’Ai entrerà sempre più nella pratica quotidiana: strumenti predittivi «al letto del paziente», sistemi vocali per documentare più rapidamente, modelli che aiutano a prevenire crisi assistenziali, piattaforme che garantiscono continuità tra ospedale, territorio e domicilio. Ma nessuno, tra i relatori, ha nascosto la necessità di una governance rigorosa: audit, supervisione, monitoraggio dei bias, formazione delle équipe. Il senso della direzione lo ha espresso ancora Fortini, ricordando la responsabilità collettiva che attende clinici e istituzioni: «Il nostro compito è presidiare il cambiamento con intelligenza, passione e cura».


