
L’Atlantes Global Survey fotografa la distribuzione dei servizi palliativi nel 2025: crescono le équipe, trainate da Asia e Mediterraneo Orientale, ma l’offerta resta drammaticamente insufficiente. In Africa coperto appena lo 0,8% dei bisogni. Fondamentale integrare le cure palliative primarie nei sistemi sanitari.
Un articolo di Ruggiero Corcella
Nel silenzio delle statistiche globali, le cure palliative stanno diventando uno dei fronti più urgenti della salute pubblica. Lo dimostra chiaramente lo studio Estimating the Number of Services & Patients Receiving Specialized Palliative Care Globally in 2025, che ricostruisce la fotografia più completa disponibile sull’assistenza specialistica nel mondo.
I numeri parlano da soli: nel 2025 sono stati identificati 33.720 servizi specialistici, con un balzo del 35,6% rispetto al 2017. I pazienti raggiunti superano i 10,4 milioni, tre milioni e mezzo in più. Una crescita importante, certo, ma insufficiente a colmare un bisogno che riguarda oltre 73 milioni di persone, lasciando scoperto l’86% della domanda globale di assistenza alla sofferenza grave.
Dove il bisogno c’è, ma i servizi non arrivano
La sproporzione emerge con forza quando si guarda alla «geografia della sofferenza». L’80% delle persone che avrebbero bisogno di cure palliative vive in paesi a basso e medio reddito. Eppure è proprio lì che l’accesso resta più limitato: nei paesi più poveri solo lo 0,7% del fabbisogno viene coperto; in quelli a reddito medio-basso appena l’1,1%. Al polo opposto stanno le nazioni più ricche, dove il sistema riesce a rispondere a oltre la metà della domanda. Dietro questi numeri ci sono contesti molto diversi: carenze di infrastrutture, difficoltà di accesso agli analgesici, assenza di politiche dedicate, ma anche l’aumento costante delle malattie croniche e dell’HIV in alcune aree del pianeta. Un’onda che cresce più in fretta della capacità dei sistemi sanitari di attutirne l’impatto.
La mappa più completa mai realizzata
Per costruire questa analisi, gli autori (coordinati da Stephen R. Connor della Worldwide Hospice Palliative Care Alliance di Londra) hanno utilizzato l’Atlantes Global Survey on Palliative Care Development (realizzato dall’Università di Navarra, in Spagna, Centro Collaborativo dell’Organizzazione mondiale della sanità – Oms per il monitoraggio globale dello sviluppo delle cure palliative). Si tratta di un’indagine senza precedenti che coinvolge 201 paesi e si basa su 14 indicatori sviluppati dall’Oms. Non esiste un registro mondiale delle cure palliative, quindi la ricerca combina il numero di servizi attivi con la media di pazienti seguiti nei diversi gruppi di reddito. Un metodo collaudato, aggiornato a partire dal lavoro pubblicato nel 2017. Il risultato è una mappa dettagliata e confrontabile nel tempo, che mostra una crescita dei servizi in tutte le regioni Oms. Spiccano aumenti sorprendenti: +242% nel Sud-Est asiatico e +200% nel Mediterraneo Orientale. Parte di questa crescita, osservano i ricercatori, potrebbe riflettere anche una migliore qualità dei dati, grazie alla formazione di informatori nazionali e a una maggiore attenzione istituzionale.
Le regioni del mondo non si muovono alla stessa velocità
Se nel complesso i servizi crescono, la loro distribuzione resta profondamente diseguale. L’Europa e le Americhe da sole concentrano oltre due terzi delle équipe specialistiche mondiali: rispettivamente 11.350 e 11.085. L’Africa, al contrario, continua a rimanere indietro, con una copertura dello 0,8% del bisogno totale. Situazione critica anche nel Mediterraneo Orientale, fermo al 2,6%, mentre l’Asia meridionale e orientale mostra progressi ma ancora insufficienti rispetto al volume di popolazione. Questa frattura tra regioni non è nuova, ma lo studio la rende più evidente che mai, mostrando anche come le crisi sanitarie – prima fra tutte l’Hiv in Africa – possano mettere ulteriore pressione su sistemi già fragili.
L’altra metà della storia: la palliativa primaria
Un punto chiave che emerge dallo studio è che i calcoli riguardano solo la componente specialistica. E questo cambia radicalmente la prospettiva. Molti paesi, specie quelli con sistemi più consolidati, stimano che fino all’80% dei bisogni palliativi possa essere gestito da professionisti di base: medici di famiglia, infermieri di comunità, servizi territoriali. È quella che viene chiamata “palliativa primaria”. In molte parti del mondo, però, questa integrazione non esiste o è appena all’inizio. Il risultato è che gran parte della sofferenza grave rimane invisibile e non intercettata. Investire nella formazione di base, nella disponibilità di farmaci essenziali e nella costruzione di percorsi integrati potrebbe cambiare radicalmente il quadro, soprattutto nei paesi dove i servizi specialistici sono pochi e distanti.
Una corsa contro il tempo
il mondo sta facendo progressi, ma troppo lenti rispetto alla velocità con cui cresce il bisogno. Tra il 2017 e il 2025 i servizi sono aumentati di oltre un terzo, ma la domanda continua a correre: l’OMS stimava 40 milioni di persone bisognose nel 2014, il Lancet Commission 61 milioni nel 2018, oggi si parla di 73,5 milioni. Per colmare il divario serviranno politiche nazionali più solide, finanziamenti dedicati, una raccolta dati più precisa e soprattutto un’integrazione strutturale della palliativa primaria nei sistemi sanitari. Le nuove stime contribuiranno alla prossima edizione del Global Atlas of Palliative Care, una delle principali leve per orientare governi e organizzazioni internazionali. La vera sfida sarà trasformare questa conoscenza in azioni concrete, affinché milioni di persone non restino escluse da un diritto fondamentale: quello ad alleviare la sofferenza evitabile .


