
La rivoluzione culturale delle cure palliative pediatriche.
Un articolo di Ruggiero Corcella
La medicina moderna è nata con un obiettivo preciso: guarire. Per secoli il successo di un medico è stato misurato dalla capacità di sconfiggere la malattia, di restituire salute, di allontanare la morte. È una visione che ha accompagnato lo straordinario sviluppo della medicina contemporanea e che continua a rappresentarne il fondamento. Eppure esistono situazioni nelle quali la guarigione non è possibile. È proprio in questi contesti che la medicina è chiamata a dimostrare il meglio di sé.
«Anche se non è possibile guarire, è sempre possibile, anzi doveroso curare». È uno dei passaggi più significativi della Dichiarazione di Roma per un’Alleanza di cura nelle cure palliative pediatriche. Una frase apparentemente semplice, che racchiude però una delle trasformazioni culturali più profonde avvenute nella medicina degli ultimi cinquant’anni: distinguere la guarigione dalla cura e riconoscere che quest’ultima non perde valore quando la prima non è più raggiungibile.
Non si tratta di una riflessione teorica. È il principio sul quale oggi si fondano le cure palliative in tutto il mondo e che, in pediatria, assume un significato ancora più profondo. Perché quando il paziente è un bambino, continuare a curare significa accompagnarne la crescita, sostenerne lo sviluppo, alleviarne la sofferenza e proteggere la qualità della vita sua e della sua famiglia, anche quando la malattia non può essere eliminata.
La lezione di Cicely Saunders: «You matter because you are you»
La rivoluzione culturale delle cure palliative ha un nome e una storia. Negli anni Sessanta l’infermiera britannica Cicely Saunders, fondatrice del movimento hospice moderno, mise in discussione l’idea che la medicina avesse esaurito il proprio compito quando le terapie non erano più in grado di guarire. La sua intuizione fu semplice e radicale: la persona malata continua ad avere bisogni, diritti e dignità fino all’ultimo istante della vita.
La celebre frase attribuita a Saunders – «You matter because you are you, and you matter until the end of your life» – sintetizza una filosofia che avrebbe trasformato profondamente l’assistenza ai malati inguaribili. Curare significa prendersi carico della persona nella sua interezza, non soltanto della malattia. Significa controllare il dolore e gli altri sintomi, sostenere le relazioni familiari, accompagnare le fragilità psicologiche, sociali e spirituali. Da questa visione nasce anche il concetto di Total Pain, il «dolore totale», secondo cui la sofferenza non è mai esclusivamente fisica, ma coinvolge contemporaneamente la dimensione emotiva, relazionale ed esistenziale.
La Dichiarazione di Roma si inserisce pienamente in questa tradizione, riaffermando che le cure palliative pediatriche tutelano la dignità della persona, alleviano la sofferenza e sostengono la qualità di vita del bambino e della sua famiglia.
Dalla fase terminale alla presa in carico precoce
Per molto tempo le cure palliative sono state associate quasi esclusivamente agli ultimi giorni di vita. Oggi questa impostazione è stata ampiamente superata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce le cure palliative pediatriche come una presa in carico attiva e globale che deve iniziare fin dalla diagnosi di una malattia inguaribile, indipendentemente dal fatto che il bambino continui a ricevere trattamenti finalizzati a contrastarne l’evoluzione.
Anche la International Association for Hospice and Palliative Care (IAHPC) sottolinea che le cure palliative sono una cura attiva e globale rivolta alle persone di tutte le età e non rappresentano un’alternativa alle terapie specifiche della malattia, ma un’integrazione che accompagna l’intero percorso assistenziale.
Questo cambiamento di prospettiva è stato ulteriormente rafforzato da numerose società scientifiche internazionali. L’American Society of Clinical Oncology (ASCO) e la European Society for Medical Oncology (ESMO) raccomandano da anni l’integrazione precoce delle cure palliative nei percorsi terapeutici dei pazienti con malattie gravi, perché le evidenze dimostrano benefici concreti sul controllo dei sintomi, sulla qualità della vita e persino sulla qualità delle decisioni cliniche. Sebbene queste raccomandazioni siano nate principalmente in ambito oncologico, il principio è stato progressivamente esteso anche all’età pediatrica.
La conseguenza è profonda, perché le cure palliative non segnano il momento in cui la medicina «si arrende». Al contrario, rappresentano l’inizio di una nuova fase della cura, nella quale gli obiettivi cambiano ma non diminuisce l’impegno dei professionisti.
Quando la sofferenza diventa il vero criterio di cura
Un ulteriore cambio di paradigma è stato proposto dalla Lancet Commission on Global Access to Palliative Care and Pain Relief, che ha introdotto il concetto di serious health-related suffering, la «grave sofferenza correlata alla malattia». Il bisogno di cure palliative non dipende dal tempo che resta da vivere, ma dalla presenza di una sofferenza che compromette in modo significativo la qualità della vita e richiede una risposta multidimensionale.
È una prospettiva particolarmente importante in pediatria. Molti bambini affetti da malattie genetiche, neurologiche o metaboliche convivono con condizioni estremamente complesse per molti anni. Parlare di cure palliative soltanto nelle ultime settimane di vita significa ignorare un lungo periodo durante il quale il controllo del dolore, la gestione dei sintomi, il sostegno psicologico e l’accompagnamento della famiglia sono già bisogni concreti.
Per questo motivo la Dichiarazione di Roma insiste sul fatto che la cura è sempre possibile. Non perché la medicina possa promettere ciò che non è realisticamente ottenibile, ma perché esistono sempre interventi capaci di migliorare la qualità della vita, ridurre la sofferenza e restituire dignità alla persona malata.
Cambiare il linguaggio per cambiare la cultura
Se la medicina è cambiata, non altrettanto si può dire del linguaggio con cui le cure palliative vengono raccontate. Ancora oggi, nell’immaginario collettivo, l’espressione «cure palliative» continua spesso a evocare rinuncia terapeutica, fallimento o imminenza della morte. La stessa Dichiarazione di Roma individua nella disinformazione uno dei principali ostacoli allo sviluppo delle cure palliative pediatriche, osservando che esse vengono ancora identificate con «l’anticamera della morte» anziché con un’esperienza di vita che deve essere accompagnata e sostenuta.
Le parole, tuttavia, non sono neutre. Influenzano il modo in cui le famiglie percepiscono le proposte terapeutiche, condizionano le decisioni cliniche e incidono persino sulle politiche sanitarie. Cambiare il linguaggio significa quindi cambiare la cultura della cura. Significa spiegare che le cure palliative non sottraggono opportunità terapeutiche, ma aggiungono competenze, attenzione e sostegno. Non sostituiscono la medicina specialistica, ma la completano.
È un cambiamento che riguarda anche i professionisti sanitari. Integrare precocemente le cure palliative richiede infatti una nuova capacità di dialogo tra discipline diverse e una diversa concezione della presa in carico, nella quale il controllo della malattia e la qualità della vita non sono obiettivi alternativi, ma complementari.
La cura come responsabilità della medicina
Forse la più importante lezione delle cure palliative pediatriche consiste proprio nel ridefinire il significato della parola «cura». Curare non coincide necessariamente con guarire. Curare significa alleviare il dolore, proteggere la dignità, ascoltare, accompagnare, sostenere, condividere decisioni difficili, non lasciare sole le famiglie. È una responsabilità che la medicina mantiene intatta anche quando le possibilità di guarigione si riducono o scompaiono.
In questa prospettiva, la Dichiarazione di Roma non rappresenta soltanto un documento dedicato alle cure palliative pediatriche. Propone una riflessione più ampia sul senso stesso della medicina. Ricorda che il valore di un sistema sanitario non si misura esclusivamente dalla capacità di guarire, ma anche dalla qualità dell’assistenza che sa offrire quando la guarigione non è possibile.


